lunedì 26 settembre 2011

ANTICIMA NORD DELLA VETTA ORIENTALE:PARETE EST (La Nebbia del Paretone)








SU QUESTA PARETE NON AVEVO MAI ARRAMPICATO TRANNE CHE SULLO SPIGOLO NORD, IN PASSATO, UN PAIO DI VOLTE NEGLI ANNI 1982 e 1986.APPROFITTANDO DEL BEL TEMPO, DELLA FORMA ACQUISITA, MA SOPRATTUTTO L'AFFIATAMENTO CON ANDREA, DECIDIAMO DI EFFETTUATE LA SALITA DELLA VIA (LA NEBBIA DEL PARETONE)APERTA NEL 1983 DALL'INDIMENTACATO TIZIANO CANTALAMESSA.ENTRAMBI NON L'AVEVAMO MAI FATTA PRIMA.SICURAMENTE E' LA PARETE MENO FREQUENTATA DEL GRAN SASSO DOPO LA NORD DEL CAMICIA, PER ECCESSO SI CONTANO 5/6 VISITE L'ANNO,VUOI PER L'AVVICINAMENTO COMPLICATO CON IL PERCORSO DELLA CENGIA DEI FIORI, LA QUALITA' DELLA ROCCIA CHE VA DA OTTIMA A MEDIOCRE,L'ISOLAMENTO MA SOPRATTUTTO IL POCO MATERIALE PRESENTE SULLE VIE.LA NOSTRA VIA HA UNO SVILUPPO DI CIRCA MT.700 DI CUI META' AUTONOMI E L'ALTRA META' IN COMUNE CON LO SPIGOLO NORD.LE DIFFICOLTA' NON SUPERANO MAI IL 5°.IL PRIMO E L'ULTIMO TIRO NON SONO BANALI E SONO SU ROCCIA OTTIMA.PARTITI ALLE 7,30 DA CIMA ALTA ALLE 4 SIAMO ARRIVATI AL RIFUGIO FRANCHETTI DOVE, PER RICORDARE IL CARO TIZIANO, ABBIAMO MANGIATO UN BUON PANINO AL FORMAGGIO, BIRRA, CAFFE' E UNA SIGARETTA, TUTTE COSE CHE LUI PREDILIGEVA.AMPIO SERVIZIO FOTOGRAFICO SUL SITO DI ANDREA DI DONATO (WWW.WILDWORLD.IT (PHOTOGALLERY (ESPLORANDO L'ANTICIMA) E GALLERIA FOTOGRAFICA DEL PONTIFEX.

venerdì 23 settembre 2011

Ascensione semiseria alle cime del Costone (Velino)

 
Poteva essere una tranquilla passeggiata sul fiume Vomano in sandali e pantaloncini corti. Partenza comoda alle 7,30 e camminata breve con Polveronzola e Marco. L'idea invece non ci convince affatto: tutto troppo facile. Per noi, superstite manipolo di cavalieri erranti, c'è bisogno di qualcosa di più avventuroso. Soprattutto nel giorno in cui Silvio e il Pontifex lanciano l'attacco finale al Dente del Lupo, l'ultimo vero ostacolo al traguardo dei 2000. Su proposta di Mascherone si decide per un trek sulle creste della cima del Costone, sul Velino, facendo tappa al rifugio Sebastiani dove Mascherone ha festeggiato i suoi migliori 50. Nulla d'impegnativo per carità, ma almeno qualcosa che sa di montagna.

Il Costone


Partenza al solito posto e alla solita ora. Alle 8 e passa siamo ai Piani di Pezza, un altipiano attraversato da una strada sterrata divorata senza fatica dal suzuki vitara del Mascherone. Gran fuoristrada il Vitara di Mascherone: 14 anni portati bene, a gas in autostrada e a benzina dove c'è bisogno del ruggito di tutti i suoi 100 cavalli. Da 6000€ in su per chi è interessato ad acquistarla. Non credo interessi a Velluto che al Sebastiani è venuto non per provare la macchina di Mascherone, ma per fare bird watching.



Velluto ci indica la strada


Io vedo aquile dappertutto, Velluto evita di dire fregnacce e parla vigliaccamente di rapaci. Uno stormo di Grifoni Reali lo vediamo sul serio. In primo piano davanti a noi, ali spiegate, testa insaccata nel corpo e becco affilato come una lancia.


In cerca di uccelli rapaci



Sullo sfondo il lago della Duchessa. Quello dove le BR avrebbero gettato il corpo di Moro, ricorda Velluto. A vederlo così sembra uno stagnetto d'acqua piovana, dico io. Da una ricerca su internet risulta che potrebbe essere lui. Ha ragione Mascherone.

Velluto e Mascherone sulla cima del Costone

Dal Costone Orientale raggiungiamo il Costone Occidentale camminando in cresta. Ci fermiamo per una sosta mangereccia. Ho solo delle pesche asfittiche. Mascherone mi propone il suo panino alla mortadella. Velluto ingolosito improvvisa il gioco delle tre carte e in cambio della mortadella mi rifila un panino stopposo al prosciutto che mi si pianta in gola. Passato mezzogiorno, ormai  satolli, decidiamo di scendere a valle.


Mascherone e il suo berretto. La sua eleganza è un tratto distintivo

Prendiamo la strada verso Campo Felice e completiamo in un paio d'ore il giro di rientro al rifugio. Birra o non birra, l’esitazione si dissolve nel sorriso dell’oste che saluta amichevolmente Mascherone. E’ la brunetta dagli occhi blu che ha organizzato la sua festa. Mascherone è raggiante: il Grande Assente qui ci è venuto 2-3 volte ma lei non se l'è mai filato di pezza! Di birre ne prendiamo 2. Bevo e fumo con Mascherone. Velluto guarda nel vuoto: è entrato in fase rem.

Io e Velluto dopo la bevuta

S’è fatta una certa ed è tempo di rientrare. Giusto il tempo di far mangiare un po’ di polvere ad una patetica renault scenic che procede a tentoni sulla breccia. A metà pomeriggio siamo di ritorno a Pescara per l’ultimo bagno a 31°.


giovedì 22 settembre 2011

Intorno a Passo Rolle 21/09/2011

CASTELLAZ


Castellaz

Colbricon Grande e Piccolo

Verso la vetta del Castellaz

il Cristo pensante

vetta

Bureloni,Vezzana e Cimon della Pala


CAVALLAZZA PICCOLA





postazioni di guerra

postazioni di guerra

vetta

Forcella Cavallazza

CAVALLAZZA GRANDE

vetta

Laghi Colbricon

lunedì 19 settembre 2011

Il Dente del Lupo (2297 m) per la cresta Nord - Est

Possiamo certamente affermare che si tratta di una delle cime dell'Appennino che presenta le maggiori difficoltà ambientali, per cui l'ascensione alla vetta risulta piuttosto impegnativa ed occorre conoscere molto bene il terreno per non correre il rischio di trovarsi in guai seri. Per questa ragione ci siamo fatti accompagnare dalla Guida Alpina Andrea Di Donato, che quella parte dell'Appennino la conosce molto bene, il quale ha saputo individuare l'itinerario di salita che presenta le minori difficoltà tecniche, sebbene il terreno si presenta sempre infido e con grande  rischio di caduta massi.
Non nascondo che durante la salita avevo una certa apprensione, peraltro condivisa con Silvio, considerato che la linea di salita non era affatto scontata e "sospettavamo" che la vetta sarebbe rimasta ancora una volta irrangiugibile. In effetti avevamo già tentato nello scorso mese di luglio la salita al Dente del Lupo per la c.d. "normale" descritta sulla guida TCI - CAI, ma avevamo rinunciato a causa dell'evidente discrasia tra le difficoltà riportate sulla guida in questione e quelle effettivamente riscontrate sul luogo. E non avevamo affatto torto!!
Questa volta, il sapiente ed esperto Andrea Di Donato ci ha condotto egregiamente per la via da salita c.d. "invernale", mettendo insieme una serie di canali che alla fine ci hanno condotto al forcellino poco sotto la vetta che aabbiamo potuto raggiungere facilmente con un ultimo tiro di corda in arrampicata su una placca con difficoltà di II/III grado.
L'ambiente severo di questo versante della montagna è superlativo! L'alpinista che vi si trova, come è accaduto a noi, sente di trovarsi dentro la montagna a contatto diretto con essa, quasi inghiottito al suo interno; il panorama sulla vicina parete nord del Monte Camicia accresce questa sensazione di isolamento e di straordinaria bellezza.
Ma veniamo alla salita, effettuata sabato 17 settembre 2011 e alla quale hanno preso parte Gabriele (il Pontifex), Marco, Silvio ed il sottoscritto, oltre al citato Andrea.
Si Percorre la strada che unisce Rigopiano a Castelli fino a superare la galleria ed una piccola area attrezzata per il pic-nic, a quota 770 m  dove si prende il sentiero che attraverso un costone boscoso risale alla Fonte dei Canali (895 m), per poi proseguire fino ad uscire dal bosco. Poco sopra gli ultimi alberi si segue la traccia di sentiero verso destra fino a giungere poco sopra la caratteristica "Scaglia" a quota 1600 m. Qui si piega decisamente verso sinistra (SO) puntando all'imbocco di una canale proprio sulla perpendicolare della citata Scaglia. Si risale il canale, interrotto da qualche breve saltino roccioso, fino a raggiungere una grande cengia erbosa alla base di una parete triangolare, dove si piega decisamente verso destra fino ad intercettare (poco prima dello spigolo che si affaccia sul Fondo della Salsa) un secondo canale inclinato da destra verso sinistra, alla cui base si trova un piccolo deposito detritico. Si risale anche questo canale, dove le difficoltà aumentano (II e III) e superando alcuni salti di roccia rotta e poco stabile ed aggirata sulla sinistra una piccola grotta sovrastata da un grosso masso arrotondato, si perviene ad una cengia caratterizzata da grossi massi instabili che si risale traversando ancora verso destra, fino a raggiungere una evidente sella dalla quale si gode un panorama incredibile su gran parte del versante nord della catena orientale del Gran Sasso e sul lontano Corno Grande.
Dalla sella, aggirando sulla destra il contrafforte roccioso che caratterizza la cresta, in leggera discesa verso destra e poi piegando a sinistra sul pendio erboso, si perviene alla "forchetta Castelli" dalla quale, oltre ad una vista magnifica sul sottostante Gravone e l'intero versante nord del Monte Tremoggia, si può ammirare finalmente la vetta del Dente del Lupo. Dalla Sella, anziche proseguire sulla cresta, si scende sul pendio erboso alla nostra sinistra (versante Gravone) in leggera diagonale verso destra, fino ad intercettare un evidente canale sulla nostra destra,  risalito il quale (II grado) si perviene ad un forcellino che separa la vetta dall'anticima nord del Dente del Lupo. Pochi metri più in alto del forcellino si sosta (attrezzata) alla base della placca attraverso la quale con altri 40 metri ca. si perviene in vetta (sosta con chiodo e spit). 
Per la discesa, dalla sosta attrezzata poco sotto l'ometto di vetta, si effettua una prima doppia fino alla sosta poco sopra il forcellino e da questa, attraverso la parete del versante NO (lato opposto al canale di salita), si effettua una seconda doppia di 60 metri fino alla base della parete che si trova nell'intaglio NO del Dente del Lupo. Si scende attraverso il conoide detritico e, alla base della parete,  si risalgono i ghiaioni fino alla Forchetta Penne. Da qui si risale il canale roccioso (II grado) alla cui base si trova una scritta rossa "Cai Penne, Lucki ..." fino ad un forcellino attraverso il quale si scende (a sx) sui ripidi prati ed in breve si risale alla cresta delle "balconate" del Monte Camicia a quota 2470 m. Da questo punto in poi per sentiero si scende fino a Fonte Vetica, dove occorre aver lasciato una seconda auto.     
La placca che conduce in vetta



Finalmente in vetta 


                       
                       Inizia la discesa lungo la parete NO



                      la "benidizione" del Pontifex (il grande ispiratore) sulle balcona del Camicia, quasi a suggellare la buona riuscita dell'ascensione ... e anche della discesa, per nulla banale a causa della continua caduta dei sassi che hanno martoriato le nostre gambe!



Per guardare tutte le foto dell'ascensione clicca qui o sul titolo del post.

Per le informazioni ulteriori e/o richieste di accompagnamento rivolgersi ad Andrea Di Donato:  www.wildworld.it dove nella sezione dedicata - www.wildworld.it/index.php?option=com_content&view=article&id=140:dente-del-lupo&catid=55:2011&Itemid=61 - vi sono altre prezione informazioni ed un personale reportage fotografico; contatto e-mail: didoguida@gmail.com 

domenica 18 settembre 2011

Un CENTENARIO per Via Dei Ciclamini...




Un mio commento di pochi giorni fa, faceva riferimento al notevole incremento di “fatti” al quale stiamo assistendo da qualche settimana … le relazioni su “salite di un certo spessore” si susseguono e sembra una gara ad esporre la relazione più interessante… più avvincente ! Non c’è dubbio che questo è per tutti noi motivo di “vanto” e “sprone” per crescere e far crescere il Blog, il gruppo, le motivazioni… complimenti a tutti !

Fatta questa dovuta premessa, l’articolo in questione fa riferimento all’uscita effettuata sabato 10 settembre scorso sul sentiero del “Centenario” in compagnia di “amici di quartiere” e amanti della montagna con i quali si era accennato a qualcosa da fare insieme di “un certo spessore”….

Credo che Alessandro, Donato e Daniele


abbiano gradito tale uscita perché ha tutte le componenti per essere definita una delle escursioni più interessanti in Abruzzo ! c’è un po’ di tutto… 20 Km di sviluppo, 1400 mt. Di dislivello in salita e 1600 mt in discesa, tratti di I e II Grado, anche se spesso attrezzati, splendide vedute e panorami di ampio respiro.

E poi inanellare tutte insieme le cime : Brancastello, Torri Casanova, Infornace, Prena e Camicia non è male….


Il percorso è stato coperto nel tempo di 10,5 ore, tempi regolari per cercare di finire il percorso senza problemi …con il giusto passo, le giuste soste, senza “strafare”: partiti alle 07:00 da “Vado di Corno” e arrivati a “F.te Vetica” alle 17:30… ”Provati” quanto basta, ma sicuramente entusiasti (soprattutto gli amici, visto che per loro era la prima ).

Alle prossime… in attesa della “polvere” !

giovedì 15 settembre 2011

WALTER BONATTI


Se avete una mezz'ora di tempo vi consiglio caldamente di vedervi su youtube l'intervista a Walter Bonatti nel programma "scalare se stessi".



Qui di seguito i tre link dell'intervista in quanto e' divisa in tre spezzoni.






2 - http://www.youtube.com/watch?v=ycmQp4XwKlI&feature=related


3 - http://www.youtube.com/watch?v=-Tbc66Rzt-o&feature=related

mercoledì 14 settembre 2011

Walter Bonatti morto a 81 anni

Dopo aver letto i suoi libri e le sue avventure, memorabili quelle del K2 e del Freney, dispiace come averlo conosciuto.

lunedì 12 settembre 2011

PELMO (per Cengia di Ball)


cengia di ball

nadia in un passaggio difficile

"passo del gatto"

il Vant

salita dal Valòn al Vant

cresta

verticalità

vetta

Roberto all'inizio discesa

incontro casuale con Clark

discesa nel Valòn

Il monte Pelmo (m.3.168), la cui forma concava ricorda quella di un gigantesco trono (=caregon, da cui 'el caregon de Dio'), è stata la prima grande vetta dei monti "pallidi" ad essere scalata dall'uomo.
Il 19 settembre 1857, verso le tre del mattino, lo scienzato naturalista inglese John Ball, con l'aiuto di una guida locale, partì dall'abitato di Borca di Cadore (Belluno) con la ferma intenzione di violare tale vetta.
La scelta di questo monte non fu per quest'uomo casuale. Sosteneva che nelle Alpi nessuna montagna fosse paragonabile a questo gigantesco e solenne monte.

I due "pionieri" in circa due ore e mezza riuscirono, senza troppe difficoltà, a raggiungere le pendici del Pelmo e continuarono la loro avventura individuando una grande cengia che attraversa la parete est.
Non fu per niente facile percorrerla tutta a causa di tre passaggi particolarmente audaci: due di questi sono dovuti ad una interruzione della stessa, mentre il terzo è costituito da un tetto molto basso il cui superamento comporta il passaggio in un cornicione, il famoso "passo del gatto" dal fatto che lo superarono carponi.
Fu quindi grazie al coraggio di Ball che la spedizione potè proseguire (nell'attraversare la seconda interruzione cadde un'enorme masso che impauri non poco la guida locale) nonostante la primitiva e scarsa attrezzatura del tempo.
I due arrivarono al vallone centrale e lo percorsero fino a raggiungere un piccolo ghiacciaio di circo, oggi ormai praticamente scomparso per lasciare il posto a particolarissime e minuscole pozze d'acqua. Dei veri e propri laghi in miniatura.

A questo punto, forse a causa della eccessiva stanchezza, il compagno del naturalista decise di fermarsi, mentre l'intrepido,con non con poche difficoltà, affrontò il faticoso tratto finale e riuscì a raggiungere (verso l'una) l'affilata ed esposta cresta di massima elevazione.
La visione che gli si presentò fu meravigliosa, si poteva vedere addirittura il Grossglockner, massima elevazione dei Tauri Austriaci, nonché tutte le cime dolomitiche e, più in là, il gruppo dello Stelvio.

Il ritorno non presentò grosse difficoltà, anche se il "passo del gatto" si presenta sempre delicato e pericoloso, specie dopo tanta fatica, tanto che già alle cinque del pomeriggio i due raggiunsero i pascoli sottostanti.

Naturalmente, riguardo alla faccenda, numerose sono le disquisizioni sul fatto che ben prima di Ball altri siano giunti in vetta alla grande montagna. Probabile l'ascesa di cacciatori di camosci, ma quasi certo il raggiungimento della vetta una ventina d'anni prima da parte di un naturalista, come proverebbe la quotatura molto precisa effettuata con un barometro altimetrico.

Noto presso i cadorini come il ’l caregón del Padreterno, ovvero il trono di Dio, grazie alla sua forma simile a quella di un ampio e colossale scranno roccioso, il Pelmo (3149m) è caratterizzato dall’imponenza e dalla maestosità. A chi lo avvicina o lo ammira dalle vicine cime del Civetta e dell’Antelao, il Pelmo si presenta infatti come un massiccio di enormi proporzioni, isolato e potente, tanto da essere considerato una delle più solenni vette delle Dolomiti.
Questa via normale ad uno dei più grandiosi colossi dolomitici non è da affrontare con leggerezza, sia per il notevole dislivello (1600 m circa) sia per le difficoltà tecniche (un passo di II+) e l'esposizione costante sulla Cengia di Ball.

La via normale, pur non presentando difficoltà alpinistiche di rilievo, va trattata con estremo rispetto. È infatti nota per la famosa “Cengia di Ball” che taglia parte del suo versante meridionale e obbliga chi la percorre ad un’attenzione e ad una cautela senza pari. Lunga quasi 1 km, la cengia è sempre molto stretta (da 1 metro a 50 cm) e ha un’esposizione mozzafiato. La via è quindi considerata particolarmente insidiosa (specie in caso di brutto tempo, tutt’altro che inusuale in quest’area), sia per alcuni passaggi molto esposti presenti lungo la cengia (uno per tutti, il famosissimo “Passo del Gatto”) e in cresta, sia per i suoi numerosi, anche se brevi, tratti di arrampicata (II+) che ne fanno un percorso adatto ad escursionisti esperti, dotati di un minimo di familiarità con l’alpinismo.
descrizione:
Accesso
Da Zoppè di Cadore (1461m), seguire le indicazioni per Rifugio Venezia e parcheggiare alla fine del paese, in prossimità di uno spiazzo attrezzato, posto di fronte ad alcune abitazioni moderne (strada chiusa).
In realtà sarebbe possibile proseguire con l’auto per altri 200 m circa in direzione opposta al punto di parcheggio (Col de la Viza), e arrivare ad un successivo spiazzo sterrato, ma il primo parcheggio risulta più comodo e protetto, ed è quindi preferibile.
Lasciata l’auto, percorrere la rotabile 456 fino a un promontorio a quota 1799 m, dove la strada piega a nord e appare improvviso il Pelmo, in un’inquadratura che regala esattamente l’immagine dell’enorme trono con cui il Pelmo è da sempre identificato. Presso il promontorio confluisce da sud il sentiero 471 che sale direttamente, ma più faticosamente, da Zoppè (in località Sagui).
Qui si è letteralmente sovrastati dall’imponente struttura del Pelmo, che offre a E il suo versante più arrendevole, sul quale si può individuare la sottile linea della Cengia di Ball, che dalle ghiaie sottostanti la Spalla Est ne intaglia il basamento, conducendo all’ingresso del vallone orientale.
Proseguendo un poco, si comincia ad intravedere su un minuscolo colle il Rifugio Venezia, raggiungibile in pochi minuti (1946 m; 1 ora da Zoppè).
Itinerario
Dal retro del Rif. Venezia (1946 m) si risale il sentiero 480 in direzione NO, prima su terreno coperto da mughi e poi su ghiaione, e si giunge così alla base dell’altissima Spalla Est. Prima di raggiungerla si trova un bivio: sulla destra, verso N, continua il sentiero 480 (sentiero Flaibani) che porta a Forcella di Val d’Arcia; a sinistra, invece, un sentiero meno marcato, ma comunque evidente, punta direttamente alla base delle rocce, raggiungendole in corrispondenza di una paretina gradinata di roccia chiara (2100 m; ore 0.20 dal rifugio).
Superata senza grandi difficoltà la breve parete, si raggiunge così la bancata con la quale ha inizio la famosa Cengia di Ball, che attraversa orizzontalmente l’intera parete Est.
Si comincia quindi a percorrere la lunga cengia in direzione S, lungo cornici roccioso-ghiaiose e tracce di sentiero, oltrepassando le rientranze formate da tre successivi canalini dove, nei tratti meno facili, si trovano infissi chiodi per eventuali manovre di assicurazione. Tutti i tratti più critici obbligano infatti a saliscendi molto esposti e al superamento di brevi interruzioni della cengia, e richiedono l’uso delle mani in appoggio e/o tenuta, per assicurare un maggiore equilibrio.
Il primo passaggio che obbliga – non senza qualche preoccupazione – ad abbassarsi rispetto alla tracciato di cengia, è il cosiddetto “Passaggio dello Stemma” (è presente una targa commemorativa), attrezzato comunque con chiodi per chi volesse fissare delle corde.
Il secondo passaggio si trova invece poco oltre la metà della cengia, ed è un bloccato da una voluminosa sporgenza e da una brevissima interruzione della cengia stessa, superabile però abbastanza facilmente se ci si riesce ad assicurare con le mani alle buone prese presenti a destra e a sinistra della sporgenza stessa. In caso contrario, è comunque presente una corda (abbastanza bassa, però, rispetto alla sporgenza) che consente di superare il passaggio in sicurezza.
Nel fondo dell’ultimo canale, infine, si trova il passaggio chiave della cengia, il Passo del Gatto, dove una sporgenza della roccia costrinse Ball a procedere carponi, strisciando nella bassa spaccatura orizzontale della roccia. Oggi, invece, il passaggio è comunemente superato utilizzando la corda attrezzata dal rifugista (fino all’anno scorso erano presenti dei cordini fissati ai chiodi), che rende il superamento dell’interruzione relativamente facile, anche se non riduce la sensazione di forte esposizione.
In tutti e tre i passaggi sono comunque presenti chiodi su cui attrezzare ulteriori corde fisse.
Verso la fine della cengia, poi, non vanno sottovalutati alcuni passaggi su rocce molto lisce e scivolose, facilmente gestibili in condizioni di asciutto, ma decisamente pericolose in condizioni di umidità e di pioggia. In particolare, un passaggio da realizzare chini poiché per alcuni metri l’altezza del vano in cui scorre la cengia si riduce sensibilmente, si rivela particolarmente insidioso a causa dell’estrema scivolosità delle rocce.
Dopo questo tratto la cengia diviene più agibile, anche se sempre aerea ed esposta, e si conclude sul bordo inferiore del Valòn, un enorme vallone detritico compreso fra le due spalle del monte. È a questo punto che comincia il dislivello: il carattere della salita cambia infatti in modo radicale, e la traccia – segnata da numerosi ometti – conduce attraverso il ghiaione con numerosi zig zag fino ad arrivare a quota 2700 m circa sotto una fascia di salti rocciosi che collega la Spalla Sud alla Spalla Est. Seguendo la traccia e gli ometti, si superano quindi alcuni gradoni (I° e II°) e si raggiunge il circo superiore (il Vant), non visibile dal basso.
A questo punto si risale diagonalmente il Vant verso O (in direzione, cioè della sella di sinistra), e a quota 3000m circa si raggiunge l’arcuato ciglione occidentale del monte che unisce la sommità alla Spalla Sud del Pelmo. Piegando quindi a NNE, si percorre un breve tratto di cresta, indicato ancora una volta dalla traccia e dagli ometti, che offre gli ultimi adrenalinici momenti di esposizione: un passaggio sul filo della cresta con impressionante vista sul vuoto da entrambi i lati (attenzione al vento), e un passaggio di arrampicata per superare un salto di roccia verticale di poco meno di 2 metri. Ed ecco che, dopo pochi minuti, si giunge in vetta (3159 m), da dove è possibile godere di un panorama mozzafiato : Civetta, Marmolada, Sella; Latemar, Catinaccio, Sassolungo; Croda Da Lago, Nuvolao, Averau, Lagazuoi e Tofane…
La discesa si svolge lungo la via di salita, e richiede un impegno di pari entità della salita: i brevi tratti di arrampicata vanno ridiscesi, e così i gradoni e il ripido vallone. Ma, soprattutto, va ripercorsa tutta la cengia, con i suoi saliscendi, la sua esposizione, le sue rocce scivolose e i suoi passaggi più esposti.

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